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Era notte.
La luce soffusa
aveva il volto pacato
di un’anima accesa.
Ha toccato i pensieri,
il respiro,
riempiendo il buio di noi.
Pelle e tempesta insieme.
Tu sapevi.
Senza dire.
Eri il mare che attende il mattino,
Dea sublime, eterna, arresa.
Ero fango
e sono diventato tempio.
Sentirti è stato l’unico modo
per toccare il cielo
con le ossa,
per scordare il peso del mondo.
M’ha posseduto
il tuo abbandono,
quella Tua grazia
che non chiede permesso
e che trasforma lenta
l’istante in preghiera.
Eravamo l’unica verità nel silenzio.
Ora il mattino
rossastro
è solo polvere e ferro.
Ma porto addosso
per sempre
il segno del divino.
Dimmi, ora:
come si torna indietro
Come si torna
a essere niente,
dopo aver abitato l’infinito?